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Lezione Sergio Anselmi 2005
Grande e piccola impresa nella storia dell’industria italiana
È opinione corrente, anche all’interno della comunità scientifica, che l’Italia sia un Paese di piccole e medie imprese e di distretti industriali. In realtà, considerata in prospettiva storica, l’industrializzazione italiana ha i tratti “normali” di un sistema economico che agli inizi del XX secolo subisce l’impatto della Seconda Rivoluzione Industriale (metallurgia, meccanica, chimica, industria elettrica), un complesso di innovazioni che inderogabilmente richiede grandi impianti e grandi organizzazioni. Essa provoca un accentuato dualismo fra un nucleo centrale di aziende di vaste dimensioni ad alta intensità di capitale ed un’estesa area di piccole imprese caratterizzate da elevata intensità di lavoro. La peculiarità italiana, simile a quella di altre nazioni late comers, è data dal fatto che la dotazione di risorse con le quali il Paese si inserisce nel processo di industrializzazione sollecita l’attivazione dei gerschenkroniani “fattori sostitutivi”, la banca universale e soprattutto lo Stato che protegge, crea domanda, sovvenziona, salva dal fallimento le imprese considerate strategiche per la potenza ed il benessere della Nazione. L’intreccio fra Stato e grandi complessi industriali costituisce un tratto saliente del percorso che porta l’Italia a divenire, alla vigilia della seconda guerra mondiale, l’unico Paese industrializzato dell’Europa meridionale, ma anche ai risultati imprevisti e “miracolosi” degli anni Cinquanta e Sessanta. Al tempo stesso tuttavia si presenta quale limite invalicabile verso la frontiera dell’economia mondiale – una frontiera raggiunta da un Paese lontano ma per molti versi paragonabile al nostro, il Giappone – per le distorsioni che causa nei comportamenti imprenditoriali, per l’incapacità di creare un appropriato quadro politico-istituzionale. È il cosiddetto “approdo mancato” che si manifesta in alcuni decisivi episodi, il fallimento di arditi progetti di innovazione tecnologica (elettronica, nucleare), le conseguenze della nazionalizzazione dell’energia elettrica, la degenerazione dello Stato imprenditore, la crisi delle grandi famiglie, il devastante conflitto sociale che ha inizio con l’“autunno caldo”. Sono tutti snodi che pongono in risalto la debolezza del fattore politico-istituzionale, sconfitte dalle quali – nonostante gli effimeri anni Ottanta – la grande impresa non si riprenderà più. Fra le maggiori nazioni industrializzate, però, nel turbolento decennio che segue il 1970, l’Italia continua a mostrare tassi di crescita particolarmente elevati. Si scopre così – retaggio di una vicenda di lungo periodo – la vitalità della piccola impresa, non di rado inserita in un distretto industriale. Si tratta di un sofisticato assetto organizzativo che prevede una divisione del lavoro sia orizzontale (la produzione di un bene frammentata in diverse fasi) sia verticale (non solo la fabbricazione di una merce, ma anche del macchinario e dei prodotti intermedi che servono ad effettuarla). E dal distretto emerge in diversi casi una media impresa fortemente dinamica, vera e propria “multinazionale tascabile” in grado di dominare nicchie globali. Ma i settori nei quali distretti e medie imprese operano non sono quelli sui quali si gioca la partita per la supremazia mondiale del XXI secolo. Per elettronica, chimica fine, biotecnologie, nuovi materiali, telecomunicazioni, trasporto aereo, robotica è necessaria la grande impresa. L’Italia è relegata in seconda fila.
La “Lezione Sergio Anselmi 2005” si è tenuta all’Auditorium San Rocco di Senigallia il 5 novembre 2005. |
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