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Lezione Sergio Anselmi 2006

Piero BevilacquaL’agricoltura attuale tra equilibrio ambientale e biotecnologie

Piero Bevilacqua

È convinzione diffusa che l’agricoltura attuale, giunta a traguardi straordinari, tanto di rese colturali che di produttività del lavoro – quanto meno nei Paesi industrializzati – abbia negli ultimi anni manifestato alcuni effetti indesiderati di inquinamento ambientale che andrebbero corretti. Altrettanto diffusa è la convinzione che tale correzione può essere condotta attraverso un di più di innovazione tecnologica, di dominio antropico sul mondo vivente. Le biotecnologie potrebbero, a tal proposito, offrire importanti soluzioni, ecc. Si tratta, in realtà, di una rappresentazione superficiale e banalizzante della realtà. Quel che la lezione vuol dimostrare, innanzi tutto, è che oggi non siamo di fronte a “effetti collaterali” di piccola entità.

L’agricoltura attuale, fondata sulla concimazione chimica, tende a distruggere la fertilità e la vita del terreno, è diventata una delle fonti più importanti di inquinamento ambientale – al punto da danneggiare seriamente anche ampi tratti costieri degli oceani – contribuisce all’effetto serra, consuma molta più energia di quanto non ne generi in termini di calorie alimentari, fornisce prodotti qualitativamente sempre più scadenti, tende a cacciare dalla terra, in maniera irreversibile, gli attori storici di ogni agricoltura, i coltivatori. Ma l’aspetto analiticamente più importante che la lezione vuol illustrare è che tutti i fenomeni appena accennati sono l’esito conseguente e necessario dei fondamenti strategici dell’agricoltura industriale. Non siamo di fronte ad incidenti di percorso, ma al disvelamento dei limiti scientifici e culturali su cui si è fondata quella esperienza storica.

Costituisce, a mio avviso, un limite costante e diffuso della scienza contemporanea – non escluse le scienze sociali – la sottovalutazione del fattore tempo nell’evoluzione dei fenomeni. Il tempo può cambiare, anzi finisce quasi sempre col cambiare il senso, la qualità e gli esiti ultimi dei processi attivati dagli uomini.

Quando, ad esempio, è stata introdotta la fertilizzazione chimica nelle campagne europee, i suoi risultati in termini di accresciuta produttività della terra furono subito evidenti. Mentre non risultava evidente nessun effetto esterno indesiderato. Ma quei concimi intanto andavano ad integrarsi ad una fertilità storica, che era il frutto della concimazione organica praticata dai contadini nei secoli precedenti. Quei fertilizzanti minerali, cioè, hanno utilizzato a lungo l’eredità storica delle vecchie pratiche agricole. Anche per questa ragione è stato necessario un ampio arco temporale, un processo di accumulo, perché essi mostrassero tutti i loro effetti negativi imprevisti.

È infatti soprattutto nella seconda metà del XX secolo che appaiono conclamati i molteplici esiti di tale innovazione strategica avviata a fine Ottocento. Oggi, infatti, noi sappiamo bene che la ripetuta concimazione mineralizza il terreno e lo espone facilmente ai processi di erosione, uccide la vita del suolo e crea perciò un habitat innaturale in cui le piante si ammalano e necessitano di costanti interventi antiparassitari, impone il ricorso a quote sempre più elevate di fertilizzanti per tenere alte le rese, inquina le falde acquifere, i fiumi e i mari attraverso i nitrati e i fosfati, crea danni generali alla società, che già sopporta i costi dei sussidi dati agli agricoltori per contenere le produzioni di una agricoltura eccedentaria.

Ebbene, tutti questi problemi possono essere affrontati solo riconoscendo i limiti riduzionistici della scienza e della tecnica che ha ispirato l’agricoltura industriale. Un nuovo salto nell’innovazione tecnica non produce alcun risultato, anzi è controproducente, se non parte dal presupposto che occorre un approccio complesso per dialogare produttivamente con la complessità del mondo vivente. L’agricoltura non è un’industria qualsiasi, deve produrre cibo per gli uomini, che sono soggetti storici, ma prima di tutto naturali. La risposta biotecnologica – indipendentemente dai vantaggi che la biotecnologia può portare in alcuni ambiti, come la produzione delle plastiche, carburanti verdi, ecc. – non è una risposta. Non offrono alcuna soluzione certamente gli OGM, che – oltre a introdurre un rischio non necessario nell’alimentazione umana e una sicura, imprevedibile contaminazione ambientale – non sfiorano minimamente quelle che sono le questioni economiche, sociali, ambientali più rilevanti dell’agricoltura contemporanea.


La “Lezione Sergio Anselmi 2006” si è tenuta all’Auditorium San Rocco di Senigallia il 18 novembre 2006.

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